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Dunlop vince e distrugge il record

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Gara ricca di giri stratosferici quella della RST Superbike – la prima della settimana di gare – con un Michael Dunlop irraggiungibile da chiunque. Il ventisettenne figlio e nipote d’arte, reduce da un anno di prestazioni mediocri nel 2015 dopo il burrascoso divorzio con il team Milwaukee Yamaha, ha iniziato alla grande il TT 2016 con una gara con cui ha letteralmente obliterato il record precedente sulla distanza di gara di ben 1’15”643, segnando nel contempo il primo giro mai fatto registrare sotto i 17 minuti sul Mountain. Niente hanno potuto Ian Hutchinson, che ha chiuso a 19 secondi, e John McGuinness, terzo.

Dunlop è partito fortissimo, prendendo la testa della gara a Glen Helen già al giro d’apertura con due secondi di vantaggio su Hutchinson e James Hillier, a sua volta staccato di due secondi in terza posizione. Bene anche Michael Rutter, Dean Harrison e Conor Cummins, prima che quest’ultimo sia costretto al ritiro a Ballaugh.

Il primo giro di Dunlop è stato subito record, con 133,369 miglia orarie e il primo giro della storia sotto i 17 minuti al TT. Un giro che gli ha fruttato 3”6 di vantaggio su Hutchinson che a sua volta aveva battuto il precedente record con 132,892 miglia orarie. Dean Harrison è salito al terzo posto davanti a Hillier, McGuinness e Rutter.

Hutchinson ha incontrato McGuinness sulla sua strada, segnando un secondo passaggio quasi identico al primo con 132,884 miglia orarie, ma Dunlop è andato ancora più forte, staccando 133,393 miglia all’ora ed aumentando il suo vantaggio a 7”5. McGuinness, nel frattempo, ha continuato a risalire la classifica insidiando Harrison. Nel passaggio ai box, Dunlop ha aggiunto altri quattro secondi al suo vantaggio su Hutchinson, arrivando a 15” a Glen Helen. Il “Bingley Bullet” ha duellato con McGuinness conquistando e perdendo la posizione.

I tre hanno preso un vantaggio su tutti gli altri rendendo il discorso per la vittoria un affare fra loro. Tutt’altro discorso quello per il quarto posto, con Hickman e Harrison staccati di un soffio. Anstey, nel frattempo, è entrato nella top-10 girando per la prima volta sopra le 130 miglia all’ora con la RC213V-S.

La gara si chiude con la vittoria di Dunlop davanti ad Hutchinson e McGuinness; Michael conquista quindi la sua dodicesima affermazione sul Mountain. Bene anche David Johnson, settimo sulla Norton; nella coppa privati Daniel Hegarty ha conquistato i 25 punti del primo posto con la tredicesima prestazione generale.

Bene il nostro Stefano Bonetti, trentunesimo. Quarantasettesimo posizione per Alessandro Polita, al debutto sul Mountain sulla BMW del team tedesco Penz13.

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Come ogni anno, l'Isola chiede ed ottiene il suo tributo di vite umane. Stiamo ovviamente parlando del Tourist Trophy, la più famosa road race del mondo e che in questi giorni è balzata agli onori della cronaca non tanto solo per lo svolgimento delle varie gare in programma, peraltro funestate da maltempo e continui rinvia/variazioni al programma, quanto per gli incidenti che sono finora costati la vita a tre piloti (Jochem van den Hoek, Davey Lambert ed Alan Bonner), con la speranza che il conteggio si chiuda qui.

Altrettanto puntualmente, in presenza di avvenimenti tragici come questi, spuntano come funghi buonisti di ogni genere e paladini della sicurezza assortiti, che non mancano di puntare il dito su eventi come il TT, piuttosto che sulla Northwest 200, il Manx GP o il Macau GP, trascurando innanzitutto che il mondo delle corse su strada, specie nel Regno Unito, è un movimento ben più esteso, che comprende svariate altre gare, dalle varie Tandragee 100, Cookstown 100, Southern 100, Ulster GP a molte altre di caratura inferiore.

Il fulcro di tutto è la sempreverde domanda sul se non sia il caso di proibire queste manifestazioni, giudicate troppo pericolose. La risposta, se si pensa ai 255 morti che si contano solo nella storia del TT, sarebbe certamente positiva, salvo poi porla, a qualcuno dei molti piloti che vi partecipano, dai più titolati e pagati da squadre ufficiali, agli "ultimi", nel senso buono del termine, che qualifica appassionati che si sobbarcano di tutte le spese per moto, trasferta, iscrizione ecc pur di essere presenti.

Se anche uno come Joshua Brookes, che proprio uno scemo qualsiasi in moto non è, ha definito le road race un qualcosa a sé, di non descrivibile se non lo si prova, qualcosa significherà pure, no? A questo punto varrebbe la pena di proibire anche l'alpinismo, il free climbing o il base jumping, per dirne qualcuna a caso, sport che mietono più vittime delle corse su strada d'Oltremanica.

Invece no, perché queste discipline, al pari del gareggiare sul Mountain Course, piuttosto che sul Triangle o sul Dundrod Circuit sono, per chi partecipa, il coronamento di un sogno ed i sogni meritano di essere inseguiti. Sarebbe giusto privare queste persone di ciò che gli da più piacere nella vita? Nessuno obbliga i piloti di road race a correre, è una loro scelta, così come lo è quella di una pratica assai comune anche dalle nostre parti, quella delle corse in salita che, anche loro, ogni tanto, il loro tributo in termini di vite umane lo reclamano, per fare un altro esempio a caso, ma ce ne sarebbero a bizzeffe, da citare.

Normalmente si è abituati a dire che chi non va in moto non può capire le sensazioni che si provano stando in sella e probabilmente ha ragione Brookes nel dire che chi non ha mai corso su streada non riesce a calarsi totalmente nella parte. Di certo c'è che definire eroi i piloti del passato, specie remoto, quelli che correvano con una scodella di cuoio in testa su strade fatte di ciottoli e con moto che né frenavano né stavano in strada, salvo poi bollare le road race odierne come inutilmente cruente è forse il primo step verso una forma acuta di bipolarismo conclamato.

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I familiari sono i primi a non lamentarsi della pericolosità di questa gare, quindi che diritto ha una buonista qualsiasi a farlo. Io penso che ognuno può scegliersi il modo in cui morire e morire inseguendo un sogno è il modo migliore per farlo.

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Purtroppo, anche quest'anno c'e' stata gia' una vittima...

TT 2018: l'Isola di Man piange il suo Dan Kneen

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Il mannese, 30 anni, è morto in seguito alle ferite riportate nell'incidente di Churchtown, la prima collisione che ha sconvolto questo quarto turno di prove.

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Sullo stradale dell'Isola di Man non corrono solo i centauri che, a gas sempre spalancato, affrontano muretti, tombini e marciapiedi. Accanto a loro corre sempre la morte, "compagna di squadra" temuta, ma tacitamente sfidata. I piloti lo sanno, la accettano ed è questa la cosa più difficile da capire per chi segue questa corsa.

La morte è tornata sul Mountain per prendersi uno dei figli dell'Isola, Dan Kneen, nato nella città di Onchan, a pochi chilometri da Douglas, lasciando la sua famiglia e la compagna Leanne nel dolore più totale. L'incidente fatale è subito dopo l'inizio delle qualifiche della Superbike, nel primo giro. Il mannese ha perso il controllo della sua BMW nei pressi di Churchtown, punto molto veloce, dopo lo speed trap di Sulby e prima di Ramsey, andandosi a schiantare contro un albero, che ha preso fuoco dopo l'impatto.

Le bandiere rosse sono state sventolate immediatamente, ma non sono servite ad evitare una seconda tragedia, la collisione a Ballacrye tra un concorrente in gara e una delle macchine dei commissari che si stava dirigendo verso il luogo dell'incidente. Questo pilota è stato subito portao all'ospedale di Nobels, ma sulle sue generalità e sulle sue condizioni di salute, vige l'assoluto riserbo.

L'esordio nelle corse su strada di Dan Kneen è avvenuto nel 2008, al Manx GP, quando stupì tutti vincendo 3 gare nelle classi Junior, Newcomers C e Ultra Lightweight.

Il suo risultato migliore al TT è il terzo posto conquistato nella gara della Superstock dell'anno scorso, sulla BMW del team Penz13.com. Le prestazioni della stagione 2017 gli sono valse la chiamata del Team Tyco, per sostituire Hutchinson e completare la line up assieme a Michael Dunlop per tutto il 2018.

Far parte di uno dei team più attrezzati e avere come compagno di squadra una leggenda vivente, ha spinto Dan a dare il massimo davanti al pubblico di casa. Aveva voglia di ripetersi, di migliorare il podio dell'anno scorso come dimostra il 17’06″994 a 132,258 mph di media fatto registrare ieri, uno dei giri più veloci registrati nelle prove cronometrate svolte fino ad oggi.

Purtroppo, adesso, il suo nome allunga il macabro elenco dei piloti morti 256 dal 1911... E domani l'Isola onorerà la memoria del figlio perduto nell'unico modo che conosce: lasciando correre gli altri riders. 

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Destino beffardo per l'altro pilota, voleva ritirarsi perché dopo un'altro incidente ha visto il terrore dei figli.  L' incidente di ieri è avvenuto con la bandiera rossa e sembra che ai piloti la direzione di gara abbia consentito di fare inversione per tornare, contromano, ai box. 

 

  • WTF?! 1

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Bah...

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Mercer stabile dopo le operazioni subite a Liverpool.  L'impatto violento gli ha causato fratture alle gambe, al bacino, alla vertebra T12 e provocato un danno alla laringe che non gli permette di respirare autonomamente (questo è un bel problema) .

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Si va bene, cioè no che non va bene....

Ma di questa competizione si deve tener presente solo i defunti e feriti? è questo che conta? :(

Mi sembra che questa gara sia stata frequentata anche da piloti "veri", tipo Agostini... Oggi sembrano tutti vocati al suicidio tipo roulette russa !

Se è così che van le cose questo tred non l'apro più. :unsure:

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...per piloti "veri"  virgolettato intendo quelli del Mondiali non era nelle intenzioni sminuire il valore di chi partecipa al TT. 

Comunque il buon senso dovrebbe far parte di tutti, anche a chi ama il rischio...

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Ennesima tragedia nella famiglia Dunlop, William è morto in un incidente avvenuto alla Skerries 100

 

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