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sundance76

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Contenuti inviati da sundance76

  1. sundance76

    Rally, a chi è andato di... Traverso?

    Bestia che schifo...
  2. sundance76

    World Rally Championship 2018

    Niente da dire, però mi resta una punta di dispiacere per Tanak.
  3. sundance76

    Rally: Storia e Storie

    Per chi invece la storia la vuol conoscere, propongo la piacevolissima lettura dell'incredibile e avvincente cronaca di corsa del rally della Costa d'Avorio 1982 (quasi cinquemila km di corsa), gara decisiva per l'assegnazione del titolo mondiale tra Walter Rohrl (Opel Ascona, 2 ruote motrici) e Michéle Mouton (la prima donna a vincere gare del mondiale rally, su Audi Quattro a trazione integrale). Poi si confronti il tutto con le recenti lamentele dei piloti per il rally di Sardegna di un mese fa, che criticavano una tappa di 200 (dico duecento) km, che, si badi bene, era il totale tra trasferimenti e delle prove speciali. A tali lamentele, la stessa Mouton (quella che nell'82 lottava per il Mondiale e che oggi fa parte della FIA nella commissione rally) ha risposto che ci sono anche altri mestieri e che nessuno gli ha ordinato di fare i piloti da rally...
  4. sundance76

    Radio Paddock 2018

    Oggi in edicola sull'AS "normale" c'è un servizio di tipo tecnico sui sorpassi. Inoltre a parte c'è il numero speciale dedicato alla storia dell'Alfa Romeo nelle corse. Imperdibile.
  5. sundance76

    20. Gran Premio del Brasile 2018 | Interlagos

    Ma oggi mi leggi nel pensiero alla lettera?
  6. sundance76

    20. Gran Premio del Brasile 2018 | Interlagos

    Ovviamente le tedesche Continental.
  7. sundance76

    20. Gran Premio del Brasile 2018 | Interlagos

    Intanto, ennesima stagione dominata dalle Mercedes, col suo pilota di punta riconfermatosi campione..
  8. sundance76

    20. Gran Premio del Brasile 2018 | Interlagos

    Secondo me invece stiamo parlando comunque di una disciplina da 300 all'ora e dunque chiunque, anche chi ha "diritto" (che in pista vale molto relativamente) non può e non deve mai fidarsi al 100% di nulla e di nessuno. Ripeto per l'ennesima volta: la responsabilità è di Ocon, ma io parlavo di opportunità di comportamento (non opportunismo, attenzione).
  9. sundance76

    20. Gran Premio del Brasile 2018 | Interlagos

    Eppure l'abbiamo vista, come la si vide a Suzuka '93. Suvvia, è tanto grave riconoscere che Verstappen non ha ancora (ovviamente) molta esperienza?
  10. sundance76

    20. Gran Premio del Brasile 2018 | Interlagos

    Mi pare abbastanza inutile continuare a discutere, anche quando è chiara la responsabilità di Ocon. Per me, e per altri, Verstappen avrebbe potuto evitare di essere coinvolto nella cretinata di Ocon. "Avrebbe potuto", non dovuto. Ma anche se non doveva, ogni possibile imprevisto lo avrebbe pagato lui. E così è stato.
  11. sundance76

    20. Gran Premio del Brasile 2018 | Interlagos

    Se vuoi non te lo diciamo, e sappiamo com'è finita.
  12. sundance76

    20. Gran Premio del Brasile 2018 | Interlagos

    Appunto: ad esempio Lauda più volte riusciva a considerare esplicitamente questo aspetto, e a tenersi lontano dai guai tenendo presente con chi aveva a che fare..
  13. sundance76

    20. Gran Premio del Brasile 2018 | Interlagos

    Beh, ma non mi pare che nel 2001 JPM abbia preso a pugni il padre di Max...
  14. sundance76

    20. Gran Premio del Brasile 2018 | Interlagos

    Sono d'accordo. Non credo proprio che "disquisire sull'approccio di Verstappen sia legato ad un alleggerimento della posizione di Ocon". Ocon ha torto marcio, non si discute, e non si alleggerisce un bel nulla. Ma, ripeto per la millesima volta, un conto sono i torti e le ragioni, un altro conto sono i risultati dei comportamenti.
  15. sundance76

    20. Gran Premio del Brasile 2018 | Interlagos

    Invece è senza senso il discorso secondo cui, siccome quello è un doppiato, non me ne devo curare di cosa faccia, anche se farà il cretino. Bene, il risultato lo abbiamo visto. Impiccatelo pure Ocon, ma Verstappen ha perso il Gran Premio del Brasile 2018.
  16. sundance76

    20. Gran Premio del Brasile 2018 | Interlagos

    Sì, ok, tutto a zero, ma intanto a disquisire sui "doveri morali" non si arriva a nulla, se non a constatare che Verstappen ha perso una vittoria che sarebbe stata certamente sua se avesse lasciato spazio alla pur inopinata resistenza di Ocon. In F1 non serve a niente "avere ragione" dal punto di vista "giuridico", né tantomeno individuare chi "avrebbe dovuto" fare questo o quello. Se finisci fuori strada la gara la perdi, e della "ragione" non te ne fai nulla. Verstappen, pur avendo tutte, tutte, tutte, le "ragioni" dell'Universo conosciuto, avrebbe fatto meglio a lasciare opportunamente spazio al doppiato, visto che l'unico che aveva da perdere era lui. E' come se da un ponte pubblicitario cadesse un masso in pista, e il pilota pur vedendolo dicesse: "Ma quel masso non "dovrebbe" stare lì, deve essere la Federazione a preoccuparsi, io vado dritto perché "ho ragione", e poi ci sbatte contro rimettendoci vittoria e ghirba. Allora, mi verrebbe da dire che tutte le accuse alla Fia per la morte di Bianchi sono davvero pretestuose alla luce di questa lettura degli avvenimenti da codice della strada...
  17. sundance76

    20. Gran Premio del Brasile 2018 | Interlagos

    1982.
  18. sundance76

    20. Gran Premio del Brasile 2018 | Interlagos

    Per un pelo non ci è scappato un pasticcio...
  19. sundance76

    Radio Paddock 2018

    L'Avus intermedio, quello 1937, era veramente assurdo come lunghezza (quello del '59 era nettamente accorciato).
  20. sundance76

    Radio Paddock 2018

    "Accusare un uomo di omicidio quaggiù in Vietnam era come fare contravvenzioni per eccesso di velocità alla 500 miglia di Indianapolis". (Capitano Willard, "Apocalypse Now")
  21. sundance76

    Campionato Mondiale Rally 1980

    Leggendo i pronostici della stagione su AS si vede come fosse del tutto normale all'epoca che piloti e squadre selezionassero le gare a cui partecipare. Spesso anzi le squadre, accanto agli equipaggi "abituali", ingaggiavano per singole gare alcuni piloti ritenuti "specialisti" di quel terreno. Allo stesso modo, i piloti potevano correre anche con due marche diverse. Si legge infatti che Mikkola correrà (come già nel '79) le gare europee con la Ford privata Rothmans preparata da Sutton, e le gare africane con la Mercedes, e però il Montecarlo lo farà con la Porsche preparata dagli Almeras..... In pratica tre macchine diverse. Waldegard, campione in carica, correrà il Montecarlo e la Svezia con la FIAT, poi il resto della stagione con la Mercedes. Nel '79 aveva vinto il titolo correndo con la Ford Escort tranne le due gare africane disputate con la Mercedes.
  22. sundance76

    Campionato Mondiale Rally 1980

    Dopo la stagione '79 a programma ridotto, la Fiat affronta l'annata '80 di nuovo a tempo pieno pur con l'ormai anziana 131 Abarth, che aveva già vinto i Mondiali '77 e '78. Nonostante tutto, la Casa torinese domina l'annata con la sua coppia di piloti: Walter Rohrl vince ben 4 gare (eguagliato il record di Mikkola nel '79) regalando alla Fiat la prima vittoria a Montecarlo (dal 1928), e trionfando anche in Portogallo, Argentina e Sanremo, diventando per la prima volta campione del mondo, mentre il suo compagno Markku Alen (vincitore dell'allora Coppa Fia Piloti '78) trionfa solo sulle strade amiche del Mille Laghi finlandese.
  23. sundance76

    Campionato Mondiale Rally 1980

    Sì, mi sono posto il problema e ho pensato che qualunque cosa avessi scelto, ci sarebbe stata un'obiezione, perché la divisione non è netta. Questa sezione è dedicata al "passato di tutto il motorsport", mentre poi c'è la sezione per i rally (partita per le gare di attualità, ma dove poi abbiamo messo anche qualcosa di storia, anche se poi i piloti rally del passato come Biasion, Rohrl ecc. stanno qui in "Passione MotorSport", non nei rally.....). Per me possiamo metterla anche in quella rally, se si ritiene che sia più opportuno.
  24. sundance76

    Rally: Storia e Storie

    LA "CHIAVE" DEL SUCCESSO AL SAFARI Il calore del sole sfumava i contorni del paesaggio. La pista, davanti ai miei occhi, si perdeva in un fastidioso riverbero tremolante. Le colline degli altipiani del Kenya mi apparivano sfuocate quasi che, improvvisamente, la mia vista fosse stata intaccata da una forte miopia. Sul “red ground” la Delta lasciava una scia di polvere rossa. Lunghissima. Una cometa. Avevo il viso sudato, impastato dal quel maledetto pulviscolo che entrava dappertutto. Nelle cuffie la voce, forte e chiara di Tiziano. Ero in testa al Safari Rally ma i presagi non promettevano niente di buono. Troppe le negatività che si erano succedute nel corso della preparazione di quell’edizione 1988. Anche per uno come me, per nulla superstizioso. A febbraio, nel corso delle prime ricognizioni nella savana, avevo avuto un grave incidente. In piena velocità, a 180 chilometri all’ora, la macchina era decollata su un avallamento ed era capottata. Ero uscito indenne, Tiziano invece lamentava la frattura di una costola e una forte botta alla schiena. Situazione medica non grave ma, per il recupero completo del mio navigatore, il tempo non sarebbe stato breve. La conferma, infatti, era arrivata al rientro in Italia. Dopo i controlli la sua partecipazione al rally del Portogallo, che si sarebbe corso all’inizio di marzo, era apparsa impossibile. Come sostituto la Lancia aveva indicato Carlo Cassina. Nella mia carriera ho sempre avuto al mio fianco Tiziano. Tranne in tre occasioni, lo rammento perfettamente: il 100.000 Trabucchi, corso nel 1980 assieme al povero Loris Roggia con l’Opel; il rally della Lana, 1982, con “Rudy”, ancora con l’Ascona 400 e il Portogallo, appunto, con Cassina. Dire che la cosa mi disturbava era dire poco. La mia inquietudine, laggiù all’Equatore, era aumentata alcuni giorni prima del via. Nel corso di una delle ultime ricognizioni il muletto era letteralmente affondato nel fango. Per cercare di uscire dalla trappola mi ero messo a spingere anch’io. Il ginocchio ne era uscito malconcio. Avevo avvertito un dolore lancinante tanto che Ben Bartoletti era stato costretto ad iniettarmi degli antidolorifici per alleviare la sofferenza. E Tiziano non era ancora al massimo delle condizioni. Non avevamo avuto un momento tranquillo. E non era finita. In gara la sfortuna ci aveva perseguitato non poco: nella tappa verso nord si era spaccato il turbo e una zebra era finita sotto le ruote, per fortuna le protezioni anteriori aveva resistito bene al grande colpo. Episodi da Safari, ma ne avremmo fatto volentieri a meno dopo tutto quanto avevamo patito. Con una grande sofferenza, ma eravamo ancora in gara. Comunque i cattivi presagi continuavano ad aleggiare sopra la nostra Delta numero 6. In cuor mio mi aggrappavo ad una frase di un masai. L’avevo incontrato durante le prove di febbraio. “Tu piccolo italiano vincerai il Safari”, aveva profetizzato. Continuavo ad essere in testa. Il timore di altre disavventure era salito durante la notte. In Africa, più nera della pece. Nonostante la batteria dei fari anteriori e i due posizionati sui parafanghi, vedevo solo qualche decina di metri più avanti. L’attenzione era massima. Le ultime ore erano state vissute con una trepidazione incredibile. Kirkland, con la Nissan 200 SX, mi seguiva a nove minuti, un niente. Sarebbe bastata anche una foratura per compromettere tutto. Per questo Cesare Fiorio e Ninni Russo, quest’ultimo a bordo di un piccolo aereo Cessa a tenere i collegamenti radio, avevano riorganizzato completamente le assistenze. Ai 25 meccanici del team era stato chiesto il massimo sforzo. Troppo importante la posta in palio. Per tutti. Le forze erano state divise: alcuni uomini dislocati ai controlli orari, tutti gli altri erano stati piazzati lungo la pista, pronti ad intervenire nel momento in cui avessimo avuto bisogno. Una strategia perfetta, ognuno sapeva cosa fare. I chilometri sembravano senza fine. Nel corso di uno dei parchi assistenza pensavo mi venisse un infarto. Io e Tiziano eravamo andati nel camper a rifocillarci a al ritorno la nostra Delta non c’era più. Scomparsa, svanita. Mi sentii morire. “L’hanno rubata”, avevo pensato immediatamente. Incontrai Danilo Dalla Benetta, un amico meccanico di Vicenza, che stava seguendo il Safari per la Mazda. Un passato di navigatore al fianco di Antonillo Zordan, unico pilota privato nella storia dei rally ad aver battuto una Lancia Stratos ufficiale. Successe al Campagnolo 1976 e i due vicentini, con una Porsche preparata da loro stessi, riuscirono nell’impresa di superare Tony Carello in coppia con Arnaldo Bernacchini. “Miki, guarda che la macchina è laggiù”, mi aveva detto indicandomi la direzione con la mano. L’avevo inquadrata tirando un sospiro di sollievo. Il piazzale era in leggera discesa e, a causa delle pastiglie che si erano raffreddate, il freno a mano aveva perduto d’efficacia. La macchina si era andata ad appoggiare contro il tronco di un albero. Nessun danno, le protezioni anti animali, avevano fatto il loro dovere. Non era finita. Quando andai per aprire la portiera non trovai le chiavi. “Dove sono finite?”. Cercai nelle tasche, niente. “Tiziano, le hai prese tu?”, fu l’inizio di un ping pong delle responsabilità. Intanto passavano i minuti e dovevamo riprendere la marcia per non incappare in una penalizzazione. “Ragazzi, faccio io…”, disse Danilo chiudendo ogni discorso. Tempo trenta secondi e mi potevo riinfilare nell’abitacolo. I cattivi presagi continuavano. La nostra Delta Integrale era irriconoscibile, stava insieme con il filo di ferro dopo oltre quattromila chilometri di pietraie, polvere e guadi. Percorsi ad oltre 125 chilometri all’ora di media. Avevo perfino paura di parlare, sapevo che ormai era fatta, che mi stavo avviando verso un’impresa storica, ma sudavo freddo pensando che anche, negli ultimi metri, sarebbe potuto accadere qualcosa. Anche all’ingresso di Nairobi, a velocità ridotta, controllavo le spie sul cruscotto. Avevo paura che qualcuna si accendesse. Avevo perfino ripensato ai Safari perduti da Sandro Munari, una gara stregata per lui. Bastava un niente, sembra incredibile ma è così. Nell’abitacolo la tensione era ancora altissima nonostante ormai fosse questione di poco. Tiziano continuava a leggere il radar, scandiva le parole in maniera ancora più chiara per azzerare le possibili incomprensioni. Lo sguardo davanti, contagiri e spie, avevo socchiuso gli occhi per avere maggiormente a fuoco tutti i particolari. Proprio come fossimo ancora in prova. Nel centro della capitale del Kenya la gente si era accalcata numerosa lungo la strada. A centinaia, a migliaia, sempre di più. A seguire l’evento dell’anno. E io e Tiziano eravamo là, davanti a tutti. Primi al Safari, i primi italiani. Con una macchina italiana. All’Equatore avevamo conquistato il nostro Everest. Il tetto del mondo. Sulla pedana d’arrivo del Kenyatta Conference Center chiusi gli occhi. Stavo vivendo il momento più bello della mia vita. Era il 4 aprile 1988, lunedì di Pasqua. Gli amici irriducibili, al rientro a Bassano, mi avevano atteso nel solito locale vicino al ponte degli Alpini. “Né la zebra né el leon possono fermar Miki Biasion”, era stato il canto goliardico di saluto. Nei giorni successivi ero andato a Verona a verificare la situazione del ginocchio. Nello stesso tempo Ben Bartoletti mi preparò una tabella per recuperare, in breve tempo, gli oltre sei chili che avevo perduto durante la gara in Africa. Una settimana dopo il rientro in Italia mi chiamò Danilo. “Miki, mi inviti a cena?”, chiese. Era il minimo che potessi fare dopo l’aiuto in Kenya. Nel corso della rimpatriata mi consegnò un pacco. Lo scartai, all’interno c’era un quadro. Una bella cornice, la prima pagina del Nation, il quotidiano di Nairobi. Un titolone, “MiKilimanjaro”, una foto gigante a colori di quella fantastica giornata e, sotto, incollata, la chiave della Delta che avevamo perduto. Danilo l’aveva trovata in mezzo all’erba dopo che eravamo ripartiti. Non lo dimenticherò mai. * Tratto dal libro "Miki Biasion storia inedita di un grande campione" di Miki Biasion e Beppe Donazzan (Giorgio Nada Editore)
  25. sundance76

    Those were the days... right?

    Manca Luigi Fagioli (Campione d'Italia 1933, vice-Campione d'Europa 1935).
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